T a r b e l a

 

 

Quando Kabul splendeva

di KAREN HOOPER

Per le strade di Kabul, trent´anni fa, incontravi afgani di tutte le razze: caucasi, mongoli, persiani, indiani. Era una città crocevia, dove si parlava una dozzina di lingue, dove le etnie Pashtun, Tajik, Hazara, Uzbek si sposavano fra loro. Occhi verdi, neri, a mandorla, visi chiari, olivastri, mori. C´erano anche gli hippies (ricordate la moda di quegli anni? I cappotti afgani, di montone, con o senza maniche, ricamati fuori, col pelo lungo dentro) e, come a Goa, spuntavano mercatini delle pulci ad hoc, dove i ragazzi racimolavano qualche soldo vendendo quello che avevano - libri e chitarre, jeans e musicassette.
Trent´anni fa Kabul era bellissima, con le sue moschee, palazzi e giardini. Raccontavano di un fiume che a un certo punto spariva nel nulla e proseguiva sottoterra attraverso la città. C´erano ristoranti, alberghi e musei. Nei vicoli stretti dei quartieri vecchi vendevano armi antiche (autentiche e non), gioielli di argento (antichi e non), spezie e erbe (aromatiche e non). Nel centro di Kabul negli anni ´70 c´era persino un negozio di dischi e cassette di seconda mano, dove se trovavi qualcosa che ti piaceva, te lo registravano su cassetta, con consegna il giorno dopo. Jethro Tull, Led Zeppelin, Deep Purple, ma anche Bach e Beethoven.
Trent´anni fa a Kabul, le donne potevano anche preferire il burqa, per passeggiare indisturbate, per osservare senza essere osservate. Provare per credere.

 

In città transitavano anche i nomadi, le loro donne a viso scoperto e con i capelli schiariti dal sole e dall´henné, stupende nei loro lunghi vestiti ricamati dei colori del fuoco e della terra, ingioiellate di argento e lapislazzuli. Quel blu di cui, in antichità, erano state pitturate le volte sopra le statue giganti di Bamyan. Lo stesso blu del vetro soffiato nelle botteghe di Istalif, piccolo villaggio di montagna appena fuori Kabul.
Allo scoppio della guerra fra Pakistan e India nel 1971, un convoglio di pullman con donne e bambini europei e americane, si era diretto dal Pakistan del nord verso Kabul - il suo aeroporto internazionale era l´unico della regione rimasto aperto, l´unico a consentire l´evacuazione in Europa. Sarebbero stati accolti nell´albergo che oggi ospita gli intrepidi della CNN e della BBC. Dai finestrini dei pullman si vedevano gli ulivi lungo i primi tornanti del Khyber Pass e ai bambini si raccontava che erano stati i soldati di Alessandro - di Sikander - ad importare la specie, sputando in terra le ossa delle olive macedoni mentre marciavano verso l´India. Chi sa…
Della Kabul di trent´anni fa, insomma, ci si innamorava. Che possa riabbracciare la sua gente, ritrovare la sua identità e tornare a conquistare i cuori.

     
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