Missione a Teheran

Il caratteristico rotolio del carrello d’atterraggio che esce, mi distolse dalla lettura e guardai fuori dal finestrino. All’interfono il comandante gorgogliava qualcosa in farsi allo svogliato personale di cabina. Il Boing 747 stavamo sorvolando Teheran a bassa quota in attesa di allinearsi alla pista d’atterraggio. Sotto di noi un incredibile, accecante sfavillio di luci proveniente dal centro di Teheran, sbiancava il cielo già buio in quella serata di novembre del 1974. Guardai Mario S. dall’altra parte del corridoio. Gli altri Tarbelini della missione erano sui sedili più indietro. Era anche lui incollato all’oblò, attratto da quell’insolito spettacolo.

Più tardi, dai finestrini del taxi che ci portava in albergo, constatai che tutto quell’incredibile sfavillio era dovuto a migliaia e migliaia di lampadine accese su interminabili "collane" di luci che adornavano, con dubbio gusto, le facciate di quasi tutti i palazzi delle vie principali della città. Lo Shahn Shah Reza Pahalavi, padrone della metà del petrolio del mondo, che da qualche anno aveva costretto il mondo ad un esasperante risparmio e mandando tutti a piedi o in bicicletta, nel suo paese non badava a spese. I petrodollari che aveva guadagnato e che continuava a guadagnare a palate, erano profusi anche lì, in quello smodato ed inutile consumo d’energia. Uno schiaffo in piena faccia a quei paesi che lui e gli Emiri del Golfo, avevano resi più poveri e vulnerabili da un giorno all’altro.

Cominciava quella sera la nostra missione di "tarbelini" in Iran per gli studi ed i sopralluoghi preliminari per l’apertura del nuovo cantiere della diga del Lahr, che l’Impregilo avrebbe dovuto costruire, da lì a qualche anno ed in collaborazione con una grossa impresa iraniana, alle pendici del vulcano spento Damavan, una settantina di km a est di Teheran.

Quei due mesi di missione passarono abbastanza in fretta, impegnati com’eravamo fra sopralluoghi in un cantiere già tutto coperto di neve, dove, tra l’altro il Partner stava ultimando le minuscole case del villaggio espatriati, incontri con i fornitori, preparazione delle relazioni, rilievi, disegni, telex ecc.

La sera andavamo a zonzo per Teheran o, se faceva troppo freddo, ci infilavamo in qualche anonimo bar o sala da thé ad annoiarci a morte. Solo una sera ci sentimmo un po’ vivi. Fu alla prima nazionale del film "Amarcord". Il nostro parlare italiano, in fila nell’interminabile coda all’esterno del locale, attrasse l’attenzione di alcuni giovani iraniani, studenti o laureati in Italia, che scambiarono con noi qualche parola su chi eravamo, che cosa facevamo a Tehran ecc.. Poi, all’interno del cinema, durante la proiezione, fummo oggetto degli sguardi incuriositi di chi ci stava intorno, perché eravamo quasi gli unici a ridere di gusto delle situazioni e delle battute di quel memorabile film. Per il resto non ci furono né incontri né serate, né situazioni degne di nota, eccetto quello che accadde quella mattina di dicembre…….

Nell’alberghetto dove alloggiavamo, il fare colazione era un incubo, una frustrazione. Nonostante le nostre reiterate richieste ai camerieri ed alla Reception dell’albergo, di servirci la colazione alle 08,00 per essere in ufficio alle 08,30, la colazione veniva invece servita solo ed esclusivamente dopo quell’ora.

Per un po’ continuammo a chiedere gentilmente ai camerieri di fare uno strappo, poi smettemmo, tanto non s’otteneva niente. Se ne stavano a chiacchierare fra di loro appoggiati allo stipite dell’office, con alle spalle i bricchi fumanti sulle piastre calde e ci guardavano con aria di sfida, attendendo lo scoccare delle otto e trenta. E noi aspettavamo rodendoci il fegato.

Qualche tavolo più lontano un impeccabile signore inglese, tipo colonnello in pensione, vestito di tutto punto e con il classico foulard al collo, ingannava l’attesa, facendo del taglio e della sbucciatura della mela che s’era portato da Londra, una specie di rituale propiziatorio, ripetendo, puntualmente ogni mattina, più per sè che per gli astanti che degnava appena di uno guardo dall’alto della sua britannica sicumera, "An apple a day keeps the doctor away". E passava poi a gustarsi la mela così "consacrata", compuntamente in punta di coltello e forchetta.

Noi invece, ogni mattina, uscivamo sconfitti dallo snervante braccio di ferro con i camerieri. Finché una mattina, Mario, gli zebedei particolarmente girati, con un movimento rapidissimo, che colse tutti noi suoi commensali di sorpresa, e senza dire una parola, scagliò contro il pavimento la tazza da thé che gli stava davanti, come ogni mattina, rovesciata sul piattino, facendo trasalire tutti per il violento, inaspettato scoppio. Dopo il primo istante di sbigottimento, i camerieri recepirono il messaggio ed i bricchi fumanti cominciarono a circolare nella sala. La tazza fu sostituita, i cocci raccolti, e la colazione, da parte nostra, buttata giù nel più assoluto, imbarazzato silenzio.

Nella Hall dell’albergo, uscendo, ci attendeva il Direttore, che, con aria da giustiziere, ci fulminò tutti con lo sguardo feroce e, individuato Mario, con il classico movimento del dito a gancio: "Vieni un po’ qui tu con quella barbetta…", lo costrinse a fermarsi. Facemmo subito cerchio intorno ed udimmo, allibiti, il Direttore esprimere chiaramente …l’IRAN-pensiero! Quello cioè che tutti gli Iraniani con cui eravamo entrati in contatto fino ad allora, impiegati e tecnici alle nostre dipendenze compresi, ci avevano fatto intuire con il loro atteggiamento strafottente, ma che nessuno aveva mai espresso chiaramente. E cioè che non eravamo ben visti in quanto stranieri, infedeli ed italiani. Che non ci dovevamo permettere più gesti dimostrativi come quello di poco prima, perché lui ci avrebbe fatto sbatter fuori dal paese in un amen, perché nessuno aveva bisogno di noi ……ecc. ecc.

Ai nostri tentativi di giustificare il fatto rispose inequivocabilemnte che se ci andava così, bene, altrimenti, lì c’era la porta, nessuno ci tratteneva!

Vincenzo Staffa

SOMMARIO

 

 

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