(Trent)... Quarant’anni fa, in Pakistan

     In un’intervista rilasciata pochi giorni dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre il presidente del Pakistan, generale Musharraf, ha dichiarato che il suo paese sta attraversando ora uno dei momenti più difficili della sua storia, dopo quello della guerra con l’India avvenuta trent’anni fa. Trent’anni fa io ero in Pakistan ed ho vissuto quella guerra, anche se con un coinvolgimento tutto sommato marginale.

     La guerra scoppiò allora tra le due parti del Pakistan, geograficamente divise e lontane.  L’India, che si  trovava nel mezzo, si schierò con il Pakistan Orientale contro quello Occidentale. Le forze militari messe in campo squilibrarono la situazione a favore del paese alleato che a guerra conclusa e vinta smise di chiamarsi East Pakistan e prese il nome di Bangladesh.

    Noi vivevamo nel nord del Pakistan Occidentale, vicino Rawalpindi, in un grande villaggio ben attrezzato che era stato costruito sulle rive dell’Indo appositamente per gli espatriati impegnati nella costruzione della diga del Tarbela, che a quei tempi risultava essere la diga più grande del mondo.

     Gli espatriati venivano per lo più dall’Occidente e rappresentavano le più svariate nazionalità. Dopo gli inevitabili attriti iniziali si era stabilita e stabilizzata una convivenza tranquilla tra le varie componenti di quella comunità multietnica costituita da europei, americani, pakistani.

     La guerra, quando è scoppiata dopo preannunci poco identificabili per noi che avevamo con il mondo circostante uno scambio informativo piuttosto svagato, non ci ha preoccupati molto. A torto o a ragione. I dirigenti del Cantiere non so, ma tutti noi gente comune non avevamo la sensazione di eventi drammatici e pericolosi, paragonabili,per fare un confronto, a questi di oggi che ci danno ansia profonda e dolore.

     Abbiamo oscurato i vetri delle nostre case, secondo gli ordini ricevuti, ma rispettato solo parzialmente una specie di coprifuoco che doveva impedire agli abitanti la circolazione notturna nel villaggio. Ce ne andavamo in giro nell’oscurità con le automobili a fari spenti o con le pilette accese puntate a terra per raggiungere gli amici ora a casa di uno ora a casa di un altro. Di notte suonavano continuamente le sirene della difesa antiaerea, ma non disturbavano più di tanto i nostri sonni. Sapevamo d’altra parte che era quasi del tutto impossibile che venisse bombardata intenzionalmente una comunità multietnica come la nostra, impegnata in un’impresa gestita da società multinazionali e finanziata dalla banca mondiale. L’oscuramento, semmai, doveva impedire che attraverso le luci del nostro villaggio gli aerei nemici localizzassero più facilmente le vicine città di Rawalpindi e di Islamabad.

      Poi, però, a ridosso del Natale 1971 i dirigenti responsabili del Cantiere, temendo l’inasprirsi del conflitto, diedero il via all’evacuazione di donne e bambini. Era il push button promesso ai lavoratori, già da tempo preoccupati per le loro famiglie.

     Impossibile decollare dal vicino aereoporto di Rawalpindi, chiuso ai traffici dopo che gli aerei civili erano stati messi al sicuro negli aereoporti dei paesi amici. Parecchi, infatti, erano stati "parcheggiati" sulle piste dell’aereoporto di Teheran, dove li vedemmo allineati in uno scalo del nostro viaggio di ritorno a casa.

     Ci aspettava, dunque, il Khyber Pass, the Pass of Destiny. Così lo chiamavano le guide turistiche e così lo sentivano nel loro cuore le popolazioni locali, eredi di una memoria storica che conservava nei secoli il ricordo di transiti difficili, a volte addirittura drammatici, per i popoli e gli eserciti.

     Lontanissima, eppure ancora inscritta nella pietra delle sculture e conservata nelle pieghe di quella civiltà, la discesa di Alessandro Magno avvenuta proprio lungo quel percorso. Il grande condottiero macedone aveva attraversato l’Indo nel 326 a.C. ed era sceso fino a Taxila che conserva ancora oggi nel suo museo e negli scavi archeologici tracce suggestive di quel passaggio.

     Noi avremmo fatto all’inverso quel percorso. Dopo Peshawar, avremmo attraversato il Khyber Pass per raggiungere Kabul e da lì ci saremmo imbarcati, donne e bambini, su voli charter per i rispettivi paesi di provenienza. Un’evacuazione che non aveva il senso di un dramma, perché il dialogo non era così difficile allora tra quei popoli.

    Sapevamo che la zona di confine tra Pakistan e Afghanistan poteva essere pericolosa perché gli uomini della frontiera, i Pathani, non riconoscevano le leggi degli Stati. Obbedivano soltanto ad un codice d’onore tribale, aggirandosi con fucili e bandoliere in spalla su per quelle montagne brulle di cui erano i custodi armati. Ma erano interlocutori possibili.

     Partimmo nel giorno stabilito con tre pullman mimetizzati, che recavano sopra il tetto striscioni con su scritto a grandi lettere Tarbela Expatriates. Aprivano e chiudevano il convoglio due camionette con uomini armati. Questo è tutto. Arrivammo a Kabul senza altri problemi, se non quelli causati dai tanti bambini piccoli che facevano valere con i pianti le loro pretese di cure e attenzioni, e Kabul ci accolse come una città aperta.

    Passammo la notte nelle splendide stanze dell’Intercontinental Hotel, prima di imbarcarci sull’aereo che ci avrebbe portati a destinazione. Ad ogni scalo del nostro viaggio trovammo ad aspettarci e ad aiutarci il personale mandato dalle nostre ambasciate e, nonostante i disagi di un viaggio un po’ disordinato, ci sentivamo ben assistiti. Soltanto un mese dopo la guerra era già finita e noi rientravamo in Pakistan con i nostri bagagli e i nostri bambini.

    A ripensare quei momenti, ritorna un sentimento che già allora provavo. Il sentimento di un incontro difficile con popoli tanto diversi. Ma un incontro possibile e in certi casi anche molto coinvolgente, solo se vissuto senza rigidità o paraocchi. Conoscevamo le "regole del gioco" e sapevamo cosa potevamo fare e cosa era meglio evitare. Sapevamo, ad esempio, che fuori dal villaggio non potevamo indossare minigonne o abiti attillati, e ci regolavamo di conseguenza. A parte qualche episodio di intolleranza intervenuto soprattutto agli inizi, la condivisione degli stessi spazi e degli stessi ambienti di lavoro,se non uniformava i costumi, neppure creava conflitti.

     Erano i tempi del generale Yahya Khan, il presidente della guerra contro l’India, e poi, dopo la guerra, del presidente Alì Bhutto. Gli anni passati da allora hanno visto un mutamento della società, ma non nel senso che noi allora, facendo delle proiezioni, ci saremmo aspettati. Alcuni nostri conoscenti che hanno mantenuto dei rapporti con quegli ambienti e sono tornati in Pakistan per coltivare vecchie amicizie hanno trovato una società che si è come richiusa su se stessa, più che mai difficile da penetrare.

     Non sappiamo dove ci porteranno gli eventi che stiamo vivendo in questi giorni. Certo è che, se mai sarà possibile (oggi o domani) eliminare da questo nostro mondo il terribile ricatto su cui fa leva il terrorismo con le sue intimidazioni, bisognerà nello stesso tempo ripensare i nostri modelli di sviluppo (e molti adesso lo dicono) perché altri ricatti non continuino ad essere strumenti di discriminazione o pretesa di omologazione. Trame e tresche internazionali che decidono i destini del mondo e di cui noi non ci curiamo, distratti come siamo dal nostro benessere.

     Benedetta Trevisani

 Apparso sulla rivista culturale "Riviera delle Palme"- n. 4 Settembre – Ottobre 2001

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