Da " Il Giornale " - Venerdì 22 agosto 1975
PAKISTAN
Si avvicina il compimento del colosso sul fiume Indo Tarbela: la romanzesca storia della diga fatta dagli italiani Iniziati sette anni fa, i lavori diretti dal gruppo Impregilo hanno ormai superato la maggiori difficoltà - Ancora pochi mesi per mutare il volto di un Paese Dal nostro inviato - Tarbela (Pakistan) 21 agosto Passerà ancora un anno almeno prima che la "Tarbela story", un intreccio avvincente di vicende umane, tecniche, politiche, giunga alla conclusione: prima cioè che discorsi, fanfare, bandiere sventolanti e scrosci di applausi consacrino, ufficialmente, il compimento di una delle più grandi opere civili di tutti i tempi. Le prime scavatrici hanno morso la terra, in questa valle remota del Pakistan settentrionale, non lontana dal confine con l'Afghanistan, nel 1967, mentre il mondo era scosso dall'esplosione del maggio francese. Ora la diga imponente che ha imbrigliato l'Indo taglia la valle, con la sua mole giallastra, e trattiene un lago lungo un'ottantina di chilometri, profondo fino a 137 metri. Il più è fatto.ma al momento di tirare i remi in barca questo lavoro affascinante e travagliato riserba ancora difficoltà, sorprese, tensioni. I maggiori fiumi del mondo somigliano all'elefante: alternano periodi di mansuetudine a improvvise rabbie. Il domatore, se è prudente, non si rilassa mai. L'Indo, che è stato la culla delle più antiche civiltà, che ha dato il nome all'India, che nasce dagli immensi ghiacciai del Tibet, e riceve acque, attraverso gli affluenti, anche dall'Afghanistan, è considerato secondo soltanto al Gange, in Asia, per sacralità e rilevanza storica. C'è chi l'ha chiamato Abbasin, il padre di tutti i fiumi. Il suo corso - che si sviluppa prima in India, quindi nel Pakistan, donde continue dispute tra i due Stati per lo sfruttamento delle acque - è di 2800 chilometri. L'area che irriga, attraverso sistemi di canalizzazione antichi e recenti, è la maggiore del mondo, dodici milioni di ettari. Il suo bacino abbraccia una superficie equivalente a quelle della Francia, dell'Italia e della Germania. Già alcuni sbarramenti hanno consentito un migliore sfruttamento, per ottenere energia elettrica e per dare acqua ai campi, di questo gigante fluviale. Ma l'impianto del Tarbela, finanziato dalla Banca Mondiale e da vari Stati - tra cui l'Italia - superava di molto, quando fu progettato, ogni precedente. Il "big" Mario Per la costruzione di queste immense cattedrali della tecnica l'Italia vanta un'esperienza di primissimo ordine. Intendiamoci. Nessuna impresa, e nessun consorzio nazionale, sarebbero riusciti ad accollarsi questa responsabilità immane. Quando fu indetta la gara per l'aggiudicazione dell'opera, si formò un consorzio internazionale di dimensioni adeguate all'impegno. Il gruppo italiano Impresit-Girola-Lodigiani si alleò ad altre due società nazionale (Farsura e Astaldi), a tre società francesi, a cinque tedesche, a due svizzere. Ma sponsor, ossia con la massima responsabilità direttiva, rimase la Impregilo. E gli italiani hanno dato il massimo apporto (circa due terzi del totale) al contingente di non pakistani che ha guidato la lunga fatica. La città artificiale di Tarbela - e merita pienamente la qualifica di città - fu allestita quando il Pakistan era nelle mani del generale Ayub Khan, un presidente autoritario e duro che doveva cadere, curiosamente, sull'ondata di protesta determinata da una diffusa contestazione studentesca. Appena un anno dopo il "via", dunque, il quadro politico del Pakistan mutava completamente. Gli uomini a cui era stato affidato il compito di svolgere le complesse trattative che sempre accompagnano questi lavori ebbero di fronte nuovi interlocutori, una diversa situazione sociale, problemi inediti. Yaya Khan, il successore di Ayub Khan, era anche lui un generale, ma agiva in un contesto politico meno rigido e più complesso. Mentre i tecnici erano già tuffati, a corpo morto, nell'avvio di un'opera che è costata sul miliardo di dollari, settecento miliardi di lire all'incirca, i massimi dirigenti dovevano intensificare i loro andirivieni tra l'Italia e il Pakistan. Al vertice dell'Impregilo è, se vogliamo chiamarlo così, un triunvirato: Cesare Girola, Giuseppe Lodigiani, Francesco Pennacchioni. Tre milanesi - di nascita o di adozione - che pongono la loro firma sotto contratti più importanti di molti trattati economici tra Stati, e che trascorrono buona parte della loro vita in aereo o nelle sale di attesa degli aeroporti: perché non c'è solo Tarbela, bisogna pur pensare ai lavori in Persia, o a quelli in Sudamerica, o a quelli in Africa, o a quelli in Canada. I tre capi avevano designato, come loro proconsole per l'impianto di Tarbela, l'ingegnere Mario Baldassarrini, un toscano dal fisico di svedese ("big" Mario, nel gergo degli addetti ai lavori di mezzo mondo), veterano di cantieri. Ci voleva una mano saldissima per reggere una comunità di quattordicimila pakistani e 780 "espatriati" (500 gli italiani) ai quali vanno aggiunte le famiglie. L'Indo, che ha collere rispettabili, non si è comportato male nei riguardi di chi gli stava sbarrando il cammini. Le piene estive non hanno mai raggiunto proporzioni catastrofiche, niente di paragonabile, comunque, alle furie dello Zambesi a Kariba. Come se il fiume avesse avuto pietà di gente che si sarebbe trovata ad affrontare contrattempi di altro genere, ma non meno seri. Tra il '70 e il '71 la tensione tra il Pakistan e l'India, per la questione dell'allora Pakistan orientale (ora Bangladesh) andò aumentando. E nel dicembre del '71 sfociò in una breve guerra che fu tuttavia, per il Pakistan, una tragedia. Il Paese venne amputato della sua parte orientale; Yaya Khan, travolto dalla sconfitta, cedette il potere al progressista Alì Bhutto. La comunità, pakistana e internazionale, di Tarbela, risentì, per forza, di queste drammatiche vicende. La guerra non la toccò direttamente. L'aviazione indiana si limitò a qualche sventagliata di mitra sull'aeroporto di Rawalpindi (a cento chilometri da Tarbela) e sulla città di Peshawar, verso le montagne. Il cantiere non è stato attaccato. Ma nelle settimane della guerra il lavoro doveva essere sospeso di notte, per l'oscuramento, tranne che nelle gallerie. Lotta col tempo Nuovo ambiente politico, dopo la guerra, in una nazione profondamente piagata, e traumatizzata. Eppure a Tarbela non ci si è fermati, Alì Bhutto è riuscito a bloccare un possibile processo di dissoluzione del Paese, che ha capito di avere più bisogno che mai, dopo la botta, dell'apporto di un'opera così preziosa. Finalmente, nell'estate del 1974, si era convinti, a Tarbela, che i possibili guai, tecnici o politici, fossero stati superati. Invece, e spiace ricorrere alla terminologia dei fumetti, la sorte era in agguato. Completate la diga principale e due dighe accessorie, si era cominciato a colmare il lago e a immettere acqua nei tunnel che alimenteranno sia i canali di irrigazione, sia le turbine produttrici di energia elettrica. Le avvisaglie di tempesta cominciarono con il cattivo funzionamento delle paratoie che immettono nei tunnel, qualcosa andò storto sott'acqua, e poco tempo dopo un ingegnere americano che delle paratoie e dei loro comandi si era occupato - si tratta di lavori che non riguardano l'Inpregilo . si tolse la vita con lo scappamento dei gas dell'auto. Era appena stata smaltita l'impressione di questa vicenda quando da un tunnel cominciarono ad uscire, vorticosamente, acqua e detriti. La volta del tunnel - una parete di cemento dello spessore di un metro e mezzo - era letteralmente scoppiata, e si indagò per accertare la connessione esistente tra il primo e il secondo guaio. Per rattoppare il grosso guasto fu necessario svuotare il lago, e perdere la possibilità di dare già, nel dicembre scorso, acqua per l'irrigazione, (il che avrebbe consentito un secondo raccolto a molti agricoltori). Il danno diretto fu di una ventina di miliardi. Da allora si lavora freneticamente per riparare tutto entro il prossimo dicembre e non perdere un altro anno di irrigazione. Dopodiché, si tratterà di procedere alle "finiture", per l'inaugurazione. Dopo tante prove, italiani, altri stranieri e pakistani sono dunque impegnati in una ennesima corsa contro il tempo, tre mesi per consentire alla diga di dare il suo primo aiuto al Pakistan, che ne ha tanto bisogno. I tempi del progetto saranno comunque mantenuti, ed è quasi un miracolo. Dopo sette anni di guai, ma anche di straordinarie soddisfazioni, l'ottavo sarà, si spera, di ordinaria amministrazione.
Mario Cervi