Cari amici,

Non avrei voluto che i miei discorsi diventassero un’abitudine, spero che mi crediate. Però sinora c’è sempre stato un motivo che mi ha spinto a parlare: nel 2003, perché era il primo pranzo a cui avevo il piacere di partecipare; l’anno scorso per la presenza dell’ambasciatore del Pakistan. Quest’anno, purtroppo, il motivo è molto triste: come certamente voi tutti sapete, l’Ing Giuseppe Lodigiani, l’Ing. Peppino, come lo chiamavamo tutti, è scomparso nell’ottobre dello scorso anno.

Fu lui il vero nostro grande capo, che, insieme ai suoi colleghi e amici Ing. Pennacchioni e Sig. Girola, diede inizio a quella specie di miracolo che, per tanti anni, è stata l’IMPREGILO.

Rammento che nel lontano 1955 nacque soprattutto da lui l’idea di formare una joint venture tutta italiana tra le imprese Impresit, Girola, Lodigiani e Torno, per presentare offerta per il contratto per l’esecuzione della Diga di Kariba sul fiume Zambezi, al confine dell’allora Rhodesia del Sud e Rhodesia del Nord.

La nostra offerta risultò la migliore e, malgrado forti opposizioni, il contratto  venne aggiudicato alla nostra joint venture, che prese il nome di IMPRESIT KARIBA.

I lavori vennero iniziati intorno al luglio del 1956, e completato nel 1960, in pieno accordo col programma e con piena soddisfazione del committente e della direzione lavori, nonostante le tante gravissime difficoltà ambientali, tecniche e organizzative.

L’Ing Peppino era il responsabile del lavoro di fronte ai soci dell’IMPRESIT KARIBA, e, pur rammentando che il nostro è sempre un lavoro di squadra, fu lui l’attore principale del successo del lavoro di Kariba.

L’IMPREGILO nacque per volere dei tre soci,’IMPRESIT, Girola, e Lodigiani come conseguenza del successo di Kariba. e in essa l’Ing. Peppino continuò ad esercitare un’influenza  determinante e preziosa, sia nel contesto delle decisioni strategiche tra soci, sia in qualità di  responsabile di quelle opere la cui direzione fu affidata alla Lodigiani come “Impresa Delegata”.

Furono anni, anzi decenni, di successi: furono tante, e tutte grandiose, le opere eseguite in quasi tutte le parti del mondo. Non sto ad enumerarle – è però importante ricordare che tutte vennero eseguite rispettando i tempi del contratto, e con soddisfazione dei committenti. Poi, come tutte le cose di questo mondo, il miracolo è finito.

Penso però che tutti noi abbiamo motivo di essere orgogliosi di quell’IMPREGILO che è stata, di cui abbiamo fatto parte, e per cui abbiamo lavorato con tanta passione.

Non potevo parlare dell’Ing. Peppino senza almeno tentare un accenno a quello che egli è stato per l’IMPREGILO. Se non ci fosse stato lui, non ci sarebbe stata la nostra Tarbela, e non ci troveremmo seduti insieme attorno a questi tavoli.

Però ora è il momento di entrare nel campo dei miei ricordi, dei miei rapporti personali con lui.

Non posso farlo senza commozione, perché la mia vita di lavoro è stata legata a doppio filo alla sua: fu lui che mi assunse nel lontano 1947, e da quel momento la nostra è stata una collaborazione quasi continua e sempre stretta, una specie di sodalizio poi concretatosi in una salda amicizia. Eravamo complementari: io sono nato per fare il colonnello, lui aveva visione, diplomazia, grande capacità di trattare e di convincere.

In aggiunta aveva grandi doti umane: simpatia e comprensione per la gente di tutte le razze, capacità di ascoltare, considerazione delle esigenze dei nostri collaboratori più umili, anche se in contrasto con la logica economica d’impresa.

A questo proposito, vi racconto un episodio, solo uno tra i molti di cui sono stato testimone. Quando ci fu aggiudicato il contratto di Tarbela ebbero luogo diverse riunioni tra i soci della joint venture per decidere sull’enorme parco di macchinario da acquistare. In una di queste riunioni erano in discussione le offerte della General Motors e della Caterpillar per i “dumpers” da 50 tons. I primi erano rigidi, senza nessun molleggio – i secondi erano adeguatamente molleggiati e ammortizzati, ma costavano di più. Molti dei soci erano in favore dei GM, e fu a questo punto che l’Ing. Peppino intervenne arrabbiato: “vogliamo forse che i conducenti lavorino per dieci ore di seguito in condizioni penose, solo perché sono dei Pakistani?”. Nessuno ebbe il coraggio di ribattere, e si decise per i Caterpillar.

Abbiamo lavorato insieme per tanti anni, abbiamo condiviso le gioie per i successi, le preoccupazioni per i problemi del lavoro, lo sconforto per gli insuccessi. Mi ha insegnato molto, mi ha guidato, e mi ha anche spesso impedito di fare errori – di tutto questo gli rimarrò grato per tutti gli anni che mi restano da vivere.

Ho avuto la grande ventura di riuscire a fargli visita poco tempo prima della sua scomparsa. Faceva una grande fatica a respirare, ma era ancora lui, come lo avevo sempre conosciuto, circondato dalla sua famiglia, che è stato sempre il centro della sua vita. Serbo nella memoria e nel cuore il ricordo di quella visita. Son sicuro che tutti voi vi unirete a me nell’esprimergli un commosso: addio, Peppino!