Cari Tarbeliani,

Certamente ciascuno di voi conosce le ragioni per cui, un certo giorno di tanti anni, fa è “sbarcato” a Tarbela: metter da parte dei soldi per se e la propria famiglia, attaccamento alla propria impresa o a quella specie di circo in giro per il mondo che fu l’Impregilo nei suoi tempi migliori, desiderio di vedere posti e genti nuove, e poi magari anche altre..

Forse, però, non sono molti quelli che conoscono le ragioni e origini lontane dell’impianto di Tarbela, senza il quale non sarebbe stata offerta loro quell’opportunità.

Certamente ogni opera dell’uomo, ha le sue origini e la sua storia. Però nessuna opera che io conosco ha una storia in cui la politica, la religione, la necessità di risolvere i bisogni fondamentali di un popolo, hanno giocato un ruolo così importante come per Tarbela.

Per questo racconto qui sotto la storia delle origini di Tarbela. Questo racconto – ché altro non vuole essere – è nato da uno scambio di posta elettronica con l’amico Capriotti, il quale lamentava che, prescindendo dal grande e quasi inaspettato successo dei pranzi d’incontro  dei Tarbeliani, il sito internet di una “Tarbela virtuale” da lui creato era poco visitato,  non riceveva contributi di storie, aneddoti, idee che ne potessero fare veramente un centro d’incontro e di scambio durante tutto l’anno,.

Gli proposi di cominciare a dare io l’esempio con la narrativa che segue, che ho scritta in quello “spirito di Tarbela” che è rimasto vivo in me nonostante tanti anni siano trascorsi.

Non posso che pensare che quello che vi tiene uniti, che vi ha fatto rispondere al primo invito degli ideatori e organizzatori, e che vi fa partecipare numerosi agli incontri annuali, sia anche per voi lo stesso “spirito di Tarbela”, forse difficile da definire, ma sicuramente dimostrato dai fatti.

In questo spirito sono a pregarvi di contribuire anche voi alla “Tarbela virtuale”. Il mio racconto si è fermato all’inizio dei lavori al cui successo avete così bene contribuito. Se avessi voluto continuare a raccontare dell’esecuzione dei lavori ne sarebbe uscito un qualcosa “visto dall’alto”, barboso da morire, tipico di quell’ingegnere che sono stato e continuo ad essere (il buon Italo Prevedini [ndr: eterno avversario degli ingegneri e da essi soprannominato Gengis Khan] si troverà certamente d’accordo).

Ma voi che ci siete stati “dentro” avete certamente qualcosa di interessante, magari divertente, possibilmente umano, da raccontare. Coraggio: impugnate il computer e scrivete!

Un cordiale saluto a tutti voi prima di rivederci a Magnano.

Mario Baldassarrini

LE RADICI DI TARBELA

 

LA SEPARAZIONE DEL PAKISTAN DALL’INDIA

Tarbela, questa opera ciclopica, ha radici storiche che ebbero il loro inizio circa venti anni prima dell’inizio dei lavori di costruzione dell’impianto. È proprio di queste radici storiche che voglio parlare, perché sono peculiari di questo lavoro, e di tutte le grandi opere idrauliche ,conosciute come “Indus Basin Project”, che vennero costruite in Pakistan dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Tarbela, come scrivo più avanti, è un virgulto di quella grande opera che fu chiamata l’Indus Basin Project. A mia conoscenza nessuno dei grandi impianti che sono stati costruiti dopo la seconda guerra mondiale ha una storia così drammatica, intessuta di politica, religione, economia….e sangue

Come è noto l’India ottenne la sua indipendenza dall’Impero Britannico alla fine della seconda guerra mondiale. Ciò, naturalmente, non avvenne in un giorno: vi furono sollevazioni e sommosse, e lunghe e difficili discussioni e trattativa tra le diverse parti interessate, nel corso delle quali emerse chiaro che la minoranza mussulmana che faceva parte dell’India non intendeva accettare di far parte della, repubblica democratica indiana che si proponeva di formare, basata sul concetto di “un uomo, un voto”

Fino a quel momento il problema non si era posto, dato che nel governo dell’India la Gran Bretagna si era strettamente attenuta ad una politica intesa a mantenere un equilibrio tra i componenti del mosaico religioso dell’India – una grande maggioranza Indù, una importante minoranza mussulmana, seguita dai Sikhs e da altre religioni

La maggioranza dei mussulmani, attraverso i suoi capi politici, non intendeva in nessun modo di accettare il concetto di “un uomo, un voto”, perché temeva che, una volta formato il parlamento, la rappresentanza mussulmana si sarebbe trovata in minoranza e non avrebbe potuto far valere la propria opinione ogni volta che venissero discusse questioni di religione o di usi e costumi attinenti alla religione. Si minacciava quindi una guerra civile non appena l’India avesse ottenuto l’indipendenza e i britannici se ne fossero andati,

Poiché, territorialmente, vi era una forte maggioranza mussulmana nella parte nord-occidentale e in quella sud-orientale dell’India i mussulmani chiedevano la creazione di uno stato islamico indipendente, battezzato Pakistan (questa parola significa “la terra dei puri”) e diviso territorialmente in un Pakistan Occidentale (oggi semplicemente Pakistan) e in un Pakistan Orientale (oggi Bangladesh).

Queste due zone sono distanti migliaia di km l’una dall’altra, e non avevano, e non hanno tuttora,  nulla in comune,salvo la religione. Almeno col senno del poi era una soluzione geograficamente e – come verrà dimostrato più tardi – anche politicamente assurda. Ad ogni buon conto, Lord Montgomery, l’ultimo Viceré dell’India mandato sul posto nel 1947 con l’espresso incarico di fare da mediatore, non riuscì a far di meglio che accettare – obtorto collo – di mettere in atto la soluzione proposta dai mussulmani, sancendo la creazione del nuovo stato del Pakistan, così formato

-         West Pakistan, costituito dalle province del West Punjab, Sind, Northern Frontier Province e Baluchistan, tutte con più o meno forte maggioranza islamica

-         East Pakistan, sul territorio di quello che prima era l’East Bengal, praticamente tutto di religione islamica.

La parte orientale del Punjab, con stragrande maggioranza Sikh, rimase all’India, col nome di East Punjab.

Nel Pakistan occidentale vi erano però molti Indù e Sikh, che avevano per secoli convissuto pacificamente sotto il dominio britannico. Ora però temettero di essere sopraffatti, se non peggio, e decisero di lasciare le loro case, i loro campi, i loro  affari, e trasferirsi in India. Analogamente, in quella che è ora India  convivevano con la maggioranza indù decine di milioni di mussulmani. Molti di loro, o per ideologia religiosa, o per timore, decisero di trasferirsi nel Pakistan occidentale.

Questo dover abbandonare tutto era certamente traumatizzante, e non poteva che caricare gli animi di odio e rancore. Da questo esodo nei due sensi opposti nacque quindi una tragedia umana sanguinosa quanto insensata: quando i treni o i convogli di automezzi provenienti dall’India si incontravano con quelli provenienti dal Pakistan ne nascevano delle zuffe, che poi si trasformavano in carneficine. Si stima che complessivamente tra le due parti sia morto circa un milione di persone!

IL PUNJAB E IL PROBLEMA DELLE ACQUE

Dopo i riassestamenti che seguirono agli eventi descritti nel precedente capitolo permanevano per il Pakistan gravissimi problemi di politica interna ed estera, questi ultimi nei confronti dell’India..

I problemi con l’India furono una conseguenza della divisione del Punjab in una parte indiana ed una pakistana.

Il Punjab è una regione fertilissima, ma questa fertilità è condizionata dalla possibilità di irrigarla adeguatamente. Punjab significa “cinque acque”, perché il suo territorio comprende i bacini di cinque affluenti di sinistra dell’Indo: il Beas, il Sutlej, il Ravi, il Chenab ed il Jhelum. Di questi i più importanti ai fini irrigui sono il Beas, il Sutlej ed il Ravi (il Chenab ed il Jhelum, i cui bacini si trovano più ad ovest e in zone meno fertili erano molto meno importanti a questi effetti)

Tutto era andato bene finché il Punjab era un unico territorio facente parte della “grande India”, sotto il controllo britannico. Con l’indipendenza e la separazione l’East Punjab, che rimaneva in India, si trovava a controllare le sorgenti e i corsi superiori del Beas, Sutlej e Ravi. Esso era quindi in grado di fare il bello ed il cattivo tempo, poteva aumentare a proprio favore l’irrigazione dei propri campi, con corrispondente riduzione dei deflussi disponibili per l’irrigazione del West Punjab.

La fertilità del Punjab lo rendeva vitale per sfamare le bocche dei Pakistani: da questo problema essenziale nasceva quindi un vero e proprio “casus belli”, che minacciava di sfociare in una guerra vera e propria tra due nazioni che, a breve distanza da una separazione dolorosa e dalle sue conseguenze ancora più dolorose, non erano certo in termini di amicizia.

Per fortuna, la Gran Bretagna, e con lei i paesi del Commonwealth – che a quel tempo si sentivano ancora molto legati alla nazione a cui dovevano le proprie origini - intervennero non solo per mediare politicamente, ma anche per proporre, finanziare e dare il via ad un progetto inteso a risolvere questo grave problema efficacemente e in maniera duratura.

L’INDUS BASIN PROJECT

Così nacque lo “Indus Basin Project”, così chiamato perché tutti i fiumi sopra nominati fanno parte del bacino dell’Indo, malgrado che proprio questo fiume non fosse allora interessato da nessuna delle opere del “Project” (lo fu solo in un secondo tempo, proprio con la costruzione della diga di Tarbela)..

Come già scritto il Chenab ed il Jhelum scorrono in zone  mal situate per poter contribuire direttamente all’irrigazione del West Punjab. Essi sono però dei fiumi importanti: si trattava quindi di utilizzarli trasferendo le loro acque nei fiumi orientali, da cui a loro volta si sarebbero potute alimentare le reti irrigue dei loro bacini.

Per ottenere ciò vennero progettate e costruite sia sul Chenab che sul Jhelum numerose opere di sbarramento e lunghi ed ampi canali  di collegamento, alimentati dalle prime, e atti a convogliare ingenti portate nei fiumi orientali. In più venne costruita sul fiume Jhelum la diga di Mangla, una grande diga i terra per regolarizzare le portate del fiume, e quindi migliorarne lo sfruttamento.

Tutto questo enorme complesso di opere venne iniziato e portato a termine negli anni sessanta. Ho a portata di mano solo poche cifre: basti però dire che furono costruiti otto sbarramenti ed altrettanti canali di collegamento, questi ultimi con una lunghezza complessiva di circa 640 km. Si tratta quindi di opere che si potrebbero definire faraoniche, e che richiesero grandi sforzi organizzativi, finanziari e tecnici.

L’Ente Appaltante era la WAPDA (Water and Power Development Authority (Ente di sviluppo delle risorse idriche ed energetiche), costituitasi subito dopo la creazione del Pakistan. La WAPDA affidò il controllo finanziario del progetto alla Banca Mondiale, e la progettazione delle opere a studi ingegneristici con larga esperienza in opere simili.

A progettazione ultimata, l’esecuzione delle opere venne assegnata mediante gare di appalto internazionali, controllate dalla Banca Mondiale, da cui risultarono vincitrici imprese americane ed europee, tra le quali le italiane COGEFAR e Astaldi.

L’Impregilo non partecipò alle gare per gli sbarramenti, i canali, e la diga di Jhelum, perché ancora molto impegnata in altre aree. Però nel 1965 si aggiudicò un contratto di importo relativamente modesto, avente per scopo la produzione di pietrame per il rivestimento dei canali (dalla cava in roccia di Bulland Hill) e di inerti per i calcestruzzi degli sbarramenti (da una cava nel letto del fiume Jhelum). Tale contratto - vitale perché in prossimità delle zone in cui venivano costruiti sbarramenti e canali non erano reperibili cave di roccia o di inerti - era stato assegnato, contemporaneamente all’inizio delle opere dell’Indus Basin Project, ad un’impresa inglese, che però non fu in grado di produrre col ritmo desiderato. Il contratto fu quindi cancellato, e fu indetta una seconda gara di appalto. Fu vinta, come scritto sopra, dall’Impregilo, che prese in mano i lavori con la consueta decisione e riportò rapidamente le produzioni al livello richiesto. Si fece quindi conoscere favorevolmente dalla WAPDA: un buon biglietto da visita per partecipare all’appalto di Tarbela, di cui parlo nel prossimo capitolo.

TARBELA

L’impianto di Tarbela non fece parte sin dall’înizio del concetto ispiratore dell’Indus Basin Project. .

Quest’ultimo, come spiegato, nacque dalla necessità impellente di risolvere una crisi che avrebbe portato con quasi certezza ad una guerra tra India e Pakistan a breve distanza dalla separazione. Con la diversione delle acque dei fiumi occidentali – Chenab e Jhelum - in quelli orientali – Beas, Sutlej, Ravi – esso si propose, sostanzialmente, di ripristinare lo “status quo” idrologico del Punjab Occidentale.

La decisione  di costruire l’Indus Basin Project venne presa negli anni successivi alla separazione. Però. nel periodo tra gli anni cinquanta e sessanta, mentre si  sviluppavano e venivano portati a termine gli studi delle opere che ne avrebbero fatto parte, la popolazione del Pakistan, già aumentata dio numero in seguito all’afflusso dei mussulmani provenienti dall’India, subiva una rapida crescita demografica. Aumentavano così le bocche da sfamare, ma il granaio del Punjab non bastava più. Occorreva trovare la maniera di irrigare terreni tuttora incolti, che si trovavano più a sud nel bacino vero e proprio dell’Indo.

Si pensò quindi di sfruttare l’Indo, scarsamente utilizzato sino a quel momento. L’Indo è un fiume possente, che nasce nei lontani ghiacciai dell’Himalaia e sbuca nella pianura dopo un corso di migliaia di km proprio a Tarbela, per poi sfociare nell’Oceano Indiano, a non grande distanza da Karachi..

Però, come succede per la maggioranza dei fiumi, vi è grande divario tra le portate minime di magra e le massime di piena. Per poter sfruttare al meglio i deflussi occorreva regolarizzarli, e per questo l’unico mezzo – vecchio di migliaia di anni – era quello di crare un “polmone”, immagazzinandoli in un grande lago creato da una diga. Così durante le piene il lago si sarebbe riempito, per poi svuotarsi, alimentando i deflussi irrigui,  durante i periodi di magra.

Sotto questo profilo l’impianto di Tarbela può quindi considerarsi come un possente,anche se tardivo, virgulto laterale del grande albero dell’Indus Basin Project.

Una volta presa la decisione di costruire Tarbela, e verificato che si sarebbero potuti reperire i mezzi finanziari necessari, gli studi di progettazione vennero iniziati intorno al 1960. Dopo una gara internazionale essi vennero affidati dalla WAPDA ad un grande studio ingegneristico di New York, la Tippett, Abbot, Mac Carthy, Stratton, che d’ora in avanti chiameremo TAMS.

Si cominciò con lo studiare la topografia della valle, per determinare il posto migliore dove impostare la diga; si passò poi agli studi geologici, per effettuare i quali vennero, tra l’altro, scavati chilometri di cunicoli esplorativi nei due fianchi della valle, e si cominciò poi la progettazione ingegneristica vera e propria.

Il progetto di una diga, più o meno grandiosa che sia , non può infatti prescindere da due fattori essenziali:  la geologia del luogo e la disponibilità a non troppa distanza di materiali adatti per la costruzione, Se i fianchi della valle sono di solida roccia, e se il fondo, anch’esso di solida roccia, à raggiungibile senza grandi difficoltà, è soprattutto l’economia che determina la scelta: fu così, tanto per fare degli esempi, che a Kariba il progettista optò per una diga ad arco in calcestruzzo, mentre ad Akosombo la scelta cadde su una diga in rockfill.

A Tarbela, nel luogo prescelto, le condizioni geologiche lasciavano molta meno scelta. La roccia dei fianchi della valle era piuttosto tenera e degradata, non abbastanza solida per sopportare il peso di una struttura rigida in calcestruzzo, e in più il fiume scorreva su un letto alluvionale largo quasi tre km e profondo più di duecento metri.

La soluzione ideale, per non dire l’unica, era quella di una diga in materiale sciolto, che avrebbe esercitato pressioni relativamente modeste sulle fondazioni, e che si sarebbe adattata senza problemi ai cedimenti delle medesime. Questa soluzione era poi resa possibile dall’esistenza di più che sufficienti giacimenti di materiale sciolto di caratteristiche adatte nella zona di Gandaf, situata subito oltre la cresta delle colline che formano il fianco destro della valle.

L’impianto progettato dalla TAMS comprendeva quindi:

-         La diga principale, in materiale sciolto

-         Due dighe secondarie, sempre in materiale sciolto, poste a sbarramento di due selle in sponda sinistra a monte della diga, che altrimenti sarebbero state “tracimate” quando si fosse formato il lago.

-         Quattro gallerie di grande diametro in sponda destra , due per alimentare le centrali idroelettriche e due per far passare le portate necessarie per l’irrigazione dei territori a valle

-         Una centrale idroelettrica alimentata da una delle due gallerie già descritte (era prevista sin dall’inizio la costruzione, sotto contratto separato, di una seconda centrale alimentata dalla seconda galleria)

-         Due grandi scaricatori di piena in sponda destra (queste opere sono essenziali in qualsiasi tipo di diga, ma ancora di più per le dighe in materiale sciolto – esse lasciano passare i deflussi di piena superiori alla capacità del lago in maniera da evitare che il lago stesso superi la cresta della diga, tracimandola e provocandone la certa distruzione).

Questa semplice descrizione non dà un’idea della grandiosità dell’opera.  Spero che basti ricordare che la diga principale ha un volume di 106 milioni di metri cubi, e che rimane tuttora la più grande diga in materiale sciolto del mondo, e che i calcestruzzi hanno un volume complessivo dell’ordine di 2.700.000 mc – il volume di una grande diga in calcestruzzo.

Apro una parentesi per far notare che questo schema di progetto dava eguale importanza agli scopi irrigui rispetto a quelli energetici. Però, col passar degli anni, ci si accorse che il fabbisogno di energia aumentava al disopra delle previsioni. Si cambiò quindi il concetto e non ci si accontentò di costruire la seconda centrale già menzionata, ma se ne costruì una terza, alimentata da una delle gallerie d’irrigazione (la seconda centrale fu costruita da un impresa australiana, e la terza da un’impresa sud-coreana).

Nel 1967, a progettazione ultimata i gruppi prequalificati (cioè ritenuti idonei a portare a termine le opere del contratto, sia dal punto di vista tecnico che da quello finanziario) vennero invitati a presentare offerta.

Per prequalificarsi e partecipare alla gara  l’Impregilo si era unita in consorzio con due altre imprese Italiane. La COGEFAR e l’Astaldi, e con un gruppo  di imprese francesi. La partecipazione dell’Impregilo era del 37,5%, e sommata a quella delle due altre imprese italiane, portava la quota italiana al 50%. I francesi avevano il restante 50%, di cui più tardi, già in corso di lavoro, cedettero il 20% al gruppo tedesco – svizzero che aveva anch’esso partecipato alla gara, come narrato più sotto.

Lo studio dell’offerta di un impianto così grande e complesso richiese molti mesi di lavoro, coordinato dall’Impregilo, da parte delle imprese del gruppo, che misero a disposizione, con grande spirito di collaborazione, le proprie conoscenze e i propri archivi di dati, frutto di anni di esperienza.

Alla fine venne consegnata l’offerta e si arrivò al giorno dell’apertura, negli uffici della WAPDA a Lahore. Fu un momento di grande delusione per il consorzio guidato dall’Impregilo, perché l’offerta presentata dal gruppo tedesco- svizzero, capeggiato dalla Hochtief, era significativamente più bassa. Seguirono mesi  in cui tutte le speranze sembravano perdute, sinché non venne alla luce il fatto che l’offerta del gruppo concorrente era soggetta a delle condizioni importanti, che il gruppo stesso non intendeva ritirare.

Almeno a quel tempo, nei contratti internazionali, soprattutto in quelli sottoposti al controllo della Banca Mondiale, le offerte “condizionate” non venivano accettate, per evidenti motivi di equità nei confronti degli altri concorrenti . Nella primavera del 1968 il contratto venne quindi assegnato al gruppo capeggiato dall’Impregilo, che, per poter avere la necessaria personalità giuridica in Pakistan, si costituì subito in “Joint Venture” – la Tarbela Joint Venture, o TJV.

I lavori ebbero inizio nel maggio del 1968, e quello che avvenne da quel momento è storia, vissuta  almeno in parte dai “tarbeliani”, i pochi che mi leggono, e i tanti che non  mi leggono. La Tarbela Joint Venture portò a termine i lavori in anticipo e con completa soddisfazione sia della WAPDA che della TAMS, malgrado l’instabilità politica del paese, malgrado la guerra del 1971, e soprattutto malgrado i gravissimi  danni che le gallerie di sponda destra subirono in seguito al primo riempimento del lago dopo il completamento della diga nel 1974.

Ho scritto “Tarbela Joint Venture”, e certamente l’appoggio finanziario e morale dei soci, e la “leadership” dell’Ing. Giuseppe Lodigiani furono essenziali per il successo finale dell’opera. Però altrettanto essenziale fu il contributo di tutti  i “tarbeliani” e con questo termine intendo comprendere veramente tutti: lo “staff” espatriato di diverse nazionalità che portò quel “know how” e quella spinta senza cui sarebbe stato impossibile costruire Tarbela – e infine, “last but not least”, le maestranze pakistane, questi nostri collaboratori, quasi tutti anonimi, che manovrarono espertamente il macchinario di movimento terra, scavarono le gallerie, montarono le casseforme e i ferri di armatura, gettarono i calcestruzzi, fecero funzionare i servizi dei villaggi, ci servirono il thè negli uffici, aiutarono le famiglie degli espatriati nei lavori domestici. Ricordiamoci anche di loro con rispetto e gratitudine!

 

(a cura dell’ing. Mario Baldassarrini)

 

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